Il Caso DDL Concorrenza (emendamenti agli artt. art. 46 e 47)

ANDI, pur ammettendo sostanzialmente che i dati riportati sopra siano corretti e anzi traendo da questo basso peso delle società una buona ragione per eliminarle, ha fatto presentare emendamenti tesi ad impedire che i soci per almeno i due terzi del capitale e l’amministratore di qualunque struttura sanitaria debbano essere obbligatoriamente iscritti all’Albo degli Odontoiatri. IL che ovviamente impatta proprio sulle società di capitale.

Fino ad oggi, l’unico obbligo vigente era stato quello che la struttura dovesse avere un Direttore Sanitario iscritto all’Albo dei Medici e/o odontoiatri per le strutture che erogavano solo odontoiatria; e di un Direttore Sanitario iscritto all’Albo dei Medici con specializzazione post universitaria per i polispecialistici. Nel caso in cui la struttura polispecialistica eroghi anche prestazioni odontoiatriche, che esistesse anche un odontoiatra responsabile di branca.

Esistono poi attualmente quattro fattispecie per la gestione di una attività sanitaria di tipo odontoiatrico:

  1. Studio mono-professionale, intestato direttamente al titolare Odontoiatra;
  2. Studio associato, con diversi odontoiatri;
  3. Società tra professionisti o STP , diversa dallo studio associato in quanto si tratta di una società di capitale in cui almeno i due terzi dei soci sono odontoiatri o medici e che è soggetta a particolari facilitazioni rispetto a quanto è previsto per le società di capitale;
  4. Società di capitale, dove i soci possono essere anche non medici mentre il Direttore Sanitario deve esserlo e risponde dell’attività sanitaria della struttura.

Se l’emendamento ANDI si tramuterà in Legge, la conseguenza sarà: esclusione dei medici sia dalla qualifica di socio di maggioranza che amministratore di un ambulatorio odontoiatrico; come anche di tutte le altre figure non mediche e odontoiatriche.

Perché ANDI propone questa soluzione? Questi i principali motivi dichiarati in comunicazioni ufficiali:

  1. Tutela del Paziente dalla disparità di trattamento che esiste tra essere assistiti da uno studio tradizionale rispetto a quello gestito da società di capitali: nel primo caso, anche dopo la chiusura dello studio, il responsabile – dicono quelli di ANDI – risponde con il proprio patrimonio personale per 10 anni. Come vedremo più avanti, si tratta di una bufala colossale, che però oggi viene ventilata sulla scia del forte impatto emotivo causato dall’arresto dell’intero gruppo dirigente Vitaldent in Spagna per riciclaggio e associazione a delinquere – a cui peraltro la gran parte delle cliniche appartenenti al circuito intestate a società gestite da franchisee non solo è completamente estranea ma ne è addirittura vittima – e dalle vicende della Sanità lombarda (che anche se nessuno lo dice in questo clima di strumentalizzazione persino irresponsabile da parte delle Associazioni dei dentisti e di qualche Ordine, presenta tra i suoi principali protagonisti proprio un Medico !).
  2. Pubblicità Sanitaria: Andi sostiene che non è possibile per gli Ordini provinciali sanzionare i network per pubblicità sanitarie considerate ingannevoli. Altra bufala ma che si inserisce nel contesto emotivo di cui al punto precedente. Di fatto, L’Antitrust ha recentemente sanzionato il Fonmceo (Federazione Nazionale Ordini Provinciali) con una multa di euro 800.000 per gravi e reiterati comportamenti lesivi della concorrenza proprio in seguito alle iniziative censorie nei confronti di alcuni dentisti contro i messaggi pubblicitari da loro veicolati (sentenza le cui motivazioni costituiscono una lettura assai interessante e che alleghiamo). Tali messaggi quindi non appartenevano neanche alle catene ma a studi tradizionali per il tramite Groupon. IL Consiglio di Stato ha annullato la sentenza per prescrizione, senza minimamente entrare nel merito.
  3. Le società di capitale acquistano illegittimamente le attrezzature e le forniture odontoiatriche, perché queste potrebbero essere acquisite solo da odontoiatri secondo la Legge Volponi n. 05/02/92 n. 175.
  4. Ci sono prove che le società di capitali siano state infiltrate da capitali mafiosi.

Analizziamoli uno per uno questi pretesi motivi di interesse pubblico:

  1. Diversa tutela del paziente tra studio e ambulatorio organizzato in società di capitale: intanto non esiste alcuna norma che imponga una tutela del professionista dei propri pazienti con il proprio patrimonio, una volta chiuso lo studio, per dieci anni. Esiste altresì negli ultimi anni una abbastanza costante giurisprudenza che è stata applicata sia nei confronti di studi mono-professionali che di società e che è rivolta a decidere in questo senso. Anzi, a dire il vero proprio nei confronti delle società di capitali , al fine di tutelare il paziente, la giurisprudenza è giunta addirittura a superare la schermo della responsabilità limitata della società, ancora in vita e in pieno funzionamento, chiamando in causa in via solidale il patrimonio personale dell’amministratore della società stessa per un caso di malpratice del Medico, che operava all’interno della struttura e il cui patrimonio era risultato incapiente, in mancanza di copertura della sua polizza rcp. Peraltro, anche dal punto di vista della tutela assicurativa, nelle società di capitale il paziente ha addirittura una doppia tutela perché ha la polizza rcp della società oltre che quella del professionista mentre negli studi mono-professionali ha solo quella del professionista. E l’obbligo della polizza per le società – anche se non è ancora a norma di legge visto che è compresa nel DDL Lorenzin ancora in discussione alla Dodicesima Commissione del Senato – è di fatto ridondante in quanto le strutture erano quasi tutte già assicurate a secondo rischio vista la proliferazione di cause degli ultimi anni (peraltro molto spesso temerarie, appena due su dieci vedono riconoscere la colpevolezza del Medico e della Struttura). Se poi si considera il fatto che la maggior parte dei medici ha ancora polizze di assicurazione incampienti – e molto spesso le ha stipulate con certe compagnie notoriamente use a non pagare perché così consigliato dalle proprie Associazioni – della cui almeno parziale inutilità sono abbastanza inconsapevoli, la presenza dei medici nelle società di capitale serve a loro persino ad accorgersi della sostanziale inutilità di tale coperture su sollecitazione del management di tali società che invece su questi aspetti è molto più attento e informato, per intuibili motivi e alla sostituzione con polizze di effettiva copertura. Quindi anche sostanzialmente le società – al netto dei pochissimi casi di fallimento – sono più tutelanti per i propri pazienti.

Andi cita sempre i casi di cliniche chiuse per fallimento o anzitempo (in tutto una decina scarsa di casi su tutto il territorio nazionale, su una popolazione di 1600 società) ma:
1) i problemi sono legati all’utilizzo da parte di queste cliniche di pratiche obbligatorie di pagamento anticipato di tutte le cure, principalmente con finanziamenti ( utilizzati peraltro anche negli studi professionali ); queste pratiche non riguardano tutte le cliniche e i network e non riguardano la stragrande maggioranza delle piccole società – circa mille – che utilizzano i finanziamenti ma non come unico sistema e tantomeno come obbligatorio. E’ chiaro che in mancanza del pagamento sistematico della cure anticipato, le situazioni che vengono presentate come pericolose – pazienti lasciati a metà della cure comunque già pagate – si riducono di parecchio. Peraltro in tutti i casi citati si trattava di strutture in franchising e non tutte le catene sono in franchising.

Stiamo in ogni caso parlando di qualche sporadico caso su un universo di 1600 ambulatori.

Se si va a vedere i dati della Federazione Nazionale Medici e Odontoiatri, nel 2014, ben 485 odontoiatri (su un totale di circa 40.000 iscritti) hanno chiesto la cancellazione dall’Albo. Si può tranquillamente presumere – in mancanza di ulteriori specificazioni da parte dei redattori di tale rilevazione statistica – che tra questi ci siano stati odontoiatri che hanno abbandonato l’attività per raggiunti limiti di età per la gran parte, ma anche odontoiatri che hanno chiuso l’attività del proprio studio perché non più remunerativa. Ma nessuno si sognerebbe di dire che gli studi mono-professionali non sono affidabili per questo. Si tratta di pure e semplici strumentalizzazioni che devono essere considerati addirittura irresponsabili se si pensa alla fonte che le produce.
Un problema di questo genere – che va comunque tenuto presente e affrontato – si risolve semmai con un Fondo di garanzia a contribuzione obbligatoria – già compreso nel DDL Lorenzin in discussione al Senato, 12 Commissione – o con polizze rcp che prevedono un ultra-attività rispetto alla chiusura della società, non certo impedendo a figure imprenditoriali di investire nella Sanità, come pretenderebbe l’ANDI. E per di più con emendamenti come questi che al di là delle dichiarazioni pubbliche, per come sono scritti, non risolvono di certo il problema. Perché la società di capitale rimane una società a responsabilità limitata, a prescindere dalla tipologia dei suoi soci, e lo rimane anche se i soci fossero odontoiatri non per i 2/3 ma per il 100%. Peraltro si tratta di una norma non solo inutile agli scopi dichiarati ma anche stupida, non foss’altro perché l’odontoiatra medio in primis non si intende di gestione e non ha neanche il tempo di occuparsene seriamente e con la continuità necessaria. In secundis non ha gli ingenti capitali necessari per fondare tali società (circa 500.000 di investimento per ognuno di esse) e tantomeno per ricomprare le 1600 società che tali emendamenti renderebbero irregolari. Si fa notare, peraltro, che anche le proposte dell’ultima ora – quelle che prevedono l’entrata in vigore di questi emendamenti tra 24-36 mesi per dare il tempo alle strutture già in essere di regolarizzare le loro posizioni, vendendo le quote di maggioranza agli odontoiatri, comporterebbero una immediata svalutazione di tali pacchetti e obbligherebbero gli attuali detentori a svenderle ad un prezzo irrisorio visto che gli odontoiatri diverrebbero degli acquirenti obbligati.
Poichè quindi questi emendamenti non risolvono il problema della tutela, non rimane che concludere che l’unico vero scopo che si prefiggono i suoi autori è di puro e semplice stampo corporativo e mira ad escludere tutti coloro che non sono odontoiatri e persino medici dall’odontoiatria, con un statuizione che è contraria ai principi della libera concorrenza e che presenta persino evidenti profili di incostituzionalità.

2. Pubblicità sanitaria: premesso che il fatto che gli Ordini Provinciali non abbiano alcun controllo sui messaggi pubblicitari delle società è un falso palese, poiché di fatto gli Ordini hanno convocato i Direttori Sanitari delle società di capitale più volte e nel caso Vitaldent come anche di altre catene li hanno anche sanzionati, esiste in realtà qualche caso limite – che riguarda comunque solo le catene e neanche tutte e non gli ambulatori dove c’è un solo Direttore Sanitario e quindi non è possibile neanche volendo fare pubblicità di brand – di società che hanno fatto pubblicità di brand senza coinvolgere le singole strutture proprio al fine di evitare il controllo sulla pubblicità sanitaria da parte degli Ordini stessi. Che poi queste pubblicità siano state sempre ingannevoli è assai discusso ed è stato platealmente negato ad esempio dall’Antitrust, che ha addirittura censurato proprio per profili restrittivi della concorrenza il Codice Deontologico dei Medici e Odontoiatri persino nella sua ultima versione. Uno degli elementi censurati con maggior forza è proprio la pretesa – da parte degli Ordini – di considerare ingannevoli e quindi censurabili praticamente tutte le pubblicità sulla base di criteri generici – quale ad esempio quello del decoro professionale – che permettono all’Ordine un potere illimitato e interpretazioni estensive a piacimento, in aperto contrasto persino con i principi fondanti del nostro Diritto Amministrativo. L’Ordine è per tradizione contrario ad ogni forma di pubblicità e mastica male persino il concetto di concorrenza per motivi storici e di categoria. Al di là delle dichiarazioni pubbliche, non è proprio in grado di valutarle con la terzietà che sarebbe necessaria per un Organo della Pubblica Amministrazione, anche perché di fatto non lo è.

Chi scrive – e in buona compagnia – è peraltro convinto che una Legge Speciale sulla Pubblicità sarebbe assai auspicabile. Ma, ancora una volta, non ve ne è traccia in questi emendamenti. Dalla lettera di questi infatti l’Ordine non potrebbe certo trarre il potere di censurare, oltre al Direttore Sanitario della società di capitale, anche i soci e l’amministratore, ancorchè odontoiatri, per un problema di pubblicità. Ancora una volta, i pretesi motivi sono di pura facciata e rimane il testo a parlare: un testo che non risolve certo il problema delle degenerazioni – vere e molto più spesso presunte – pubblicitarie nel settore. Una Legge Speciale, peraltro, dovrebbe essere applicata da un Organismo con caratteristiche di terzietà che gli Ordini, dispiace dirlo ma è nei fatti, non hanno fino ad oggi affatto dimostrato. Sia perché permeati nella mente dei Suo esponenti da un pregiudizio di fondo che è contro ogni forma di pubblicità a prescindere. Sia perché è evidente – anche nelle dichiarazioni di questi giorni – la stretta correlazione tra essi e le Associazioni dei dentisti che sono e restano sindacati di categoria che non hanno certo interesse a tutelare i principali concorrenti (ai quali imputano ufficialmente ogni nefandezza ma in realtà li ritengono responsabili della discesa media delle tariffe che si è ripercossa anche nella loro attività, quando prima dell’avvento delle citate catene erano considerati ed effettivamente erano i più cari d’Europa): come è noto, gli esponenti degli Ordini provengono anche a livello elettivo dal lavoro di queste associazioni e spesso accomunano cariche in queste come negli Ordini stessi; ancora, perché sono certamente istituti di diritto pubblico ma non possono essere considerati organi della Pubblica Amministrazione (non a caso, l’Antitrust nella famosa sentenza, li ha definiti niente più che Associazioni di imprese) . Ed è anche discutibile, sempre nei fatti, che gli Ordini abbiano sempre a cuore la tutela della salute pubblica ( è recente il caso di quei medici pubblici che, sospesi dalle loro cariche e condannati per gravi mancanze, non sono stati sospesi dal proprio Ordine Provinciale perché il Presidente, che così ha dichiarato in una pubblica intervista a Report, non aveva avuto alcuna comunicazione ufficiale in tal senso mentre ne parlavano televisioni e giornali ).
Non solo questi emendamenti non sono in grado di tutelare i pazienti ma paradossalmente – se fossero applicati in maniera retroattiva – sono in grado di porli in pericolo. Gli ambulatori e le catene dovrebbero chiudere improvvisamente creando un problema esteso su tutto il territorio nazionale di pazienti in cura i cui trattamenti vengono interrotti ex Lege. Per non parlare dei risvolti occupazionali ( 3000 dipendenti senza lavoro ), di quelli degli odontoiatri collaboratori ( che per i problemi della cosiddetta pletora odontoiatrica si troverebbero senza lavoro, visto che negli studi dei dentisti non c’è spazio per loro e non sono mai stati tutelati dall’ANDI ) e di tutto l’indotto. Gli odontoiatri dell’ANDI non avrebbero certo i capitali per rilevare tali strutture. E tantomeno avrebbero le capacità gestionali – soprattutto con riferimento ai network e alle catene – per gestirle.
Se poi tali emendamenti non avessero efficacia retroattiva, comporterebbero comunque l’immediata svalutazione delle società di capitale – lo ripetiamo circa 1600 – a tutto vantaggio degli acquirenti “obbligati” cioè solo odontoiatri che potrebbero comprarle a prezzo di svendita. Con la loro presenza le società rimarrebbero comunque a responsabilità limitata e quindi non tutelerebbero affatto i pazienti. Quasi non bastasse, questi emendamenti favorirebbero, nella migliore delle ipotesi, fenomeni di diffuso prestanomismo, perché gli odontoiatri non posseggono certamente gli ingenti capitali utili a rilevare le 1600 società di capitale già esistenti ( 500.000 per clinica moltiplicato per 1600 società = 800 milioni di euro ! Dove li vanno a prendere ? ). Sul prestanomismo poi è di questi giorni l’episodio assai rivelatore di ANTLO che chiede di conoscere il numero di sanzioni comminato dagli Ordini negli ultimi cinque anni per prestanomismo e della CAO nazionale che rifiuta di produrli perché tutelati da privacy e perché la richiesta proveniva da un Soggetto privato. La cosa è apparsa abnorme persino al Minsalute che si è impegnato in un recente Convegno a richiedere quei dati in via ufficiale!

3. Le società di capitale non solo possono, ma addirittura debbono comprare le strumentazioni e le forniture dentali, addirittura prima di aprire il centro e già nella fase di verifica della ASL, prima ancora di ottenere l’autorizzazione all’esercizio. E’ quanto prescrivono le legislazioni regionali che includono la presenza delle attrezzature e dello strumentario di base tra i requisiti minimi autorizzativi. Sarebbe d’altra parte alquanto assurdo che una società autorizzata all’esercizio non possa comprare le attrezzature utili ad esercitare. Lo fanno leggittimamente e a norma di Legge, per cui quando il Sen. Mariniello dice – che lasciare le cose come stanno costituirebbe una sanatoria dice il falso. Sanatoria si ha quando si leggittima l’illecito. E qui non c’è proprio nessun illecito.
Il riferimento alla Legge Volponi è evidentemente strumentale perché tale Legge è stata varata prima che le società di capitale fossero introdotte nel mercato. Poiché la normativa attuale ( sia quella nazionale che quella Regionale ) non solo permette l’esistenza delle società di capitali anche se i soci non sono medici o odontoiatri e in particolare nell’ambito della ospitalità privata (che richiede ingenti investimenti che possono essere affrontati solo da imprenditori o gruppi economici forti, parliamo di decine di milioni di euro), ma addirittura le obbliga, nel momento in cui si richiede l’autorizzazione sanitaria, ad avere tali strumentazioni già installate e funzionanti quando la ASL viene a fare la verifica di compatibilità ai requisiti minimi previsti e spesso molti mesi prima che la struttura inizi ad operare, è evidente che il riferimento alla Legge Volponi è puramente strumentale. Anche perché la società compra ma l’utilizzo di tali strumentazioni è affidato al Direttore Sanitario e ai medici o odontoiatri che collaborano con la struttura.

4. L’infiltrazione mafiosa è poi un’altra bufala che si basa sui rapporti della DIA di Reggio Calabria, la quale ha indicato il concreto pericolo che alcune delle società di capitale operanti nel settore possano essere alimentate da capitali mafiosi. Cosa che può valere per qualunque settore economico. Non si porta peraltro neanche un caso di centro chiuso o indagato per queste motivazioni e anche se esistesse sarebbe comunque un caso sporadico ( una clinica in realtà c’è, quella Vitaldent di Terni ) . E’ assai probabile che fenomeni del genere possano accadere anche per studi importanti di dentisti, ma nessuno si sognerebbe di chiedere la chiusura di tutti gli studi mono-professionali per ragioni di questo genere.

Peraltro l’idea che un medico o un odontoiatra siano per forza persone affidabili fa sorridere: nelle sale chirurgiche dove vengono asportati organi sani al solo scopo di aumentare i trattamenti sanitari a fini di lucro illecito, c’è un imprenditore ad operare il paziente o un medico chirurgo ?

In conclusione, senza risolvere neanche uno dei problemi citati ma addirittura ingigantendoli, questi emendamenti avrebbero effetti negativi diffusi e comporterebbero unicamente vantaggi per gli odontoiatri a scapito del mercato e della collettività.