I numeri del mercato del Dentale in Italia

40.000 studi mono-professionali e associati con un fatturato medio di 150.000 Euro per i mono e di 230.000 Euro per gli associati.

1.600 società di capitali che gestiscono ambulatori odontoiatrici o polispecialistici con fatturato medio di 413.000 Euro; di queste un terzo circa è in mano ai network (franchising e catene varie). Queste società di capitali occupano circa 3.000 dipendenti e hanno contratti di collaborazione con circa 3.500 odontoiatri (che per una buona parte non avrebbero trovato comunque alternative di occupazione negli studi tradizionali).
Se poi consideriamo l’indotto, queste società danno lavoro a circa 6.000 persone.

Se questa è la fotografia generale, diviene abbastanza agevole dedurne che le società di capitale servono una percentuale attorno al 7% della pazientela nazionale.

Le modifiche del processo concorrenziale in atto negli ultimi dieci anni

L’avvento delle catene, iniziato con lo sbarco di Vitaldent e proseguito con l’espansione dei marchi che controllano reti di cliniche (in realtà ambulatori odontoiatrici) ha cambiato il mercato. Non tanto per numero di pazienti in cura (appena il 5% sul tutto il territorio, che sale fino al 10% se si prendono in considerazione i centri urbani nel centro-Nord ), quanto perché hanno spinto le tariffe medie più in basso di quanto accadeva prima (come certificato dalle Associazioni dei Consumatori e della stessa Antitrust). Anche quando i pazienti non si fanno curare da loro, utilizzano spesso il preventivo ottenuto sfruttando la visita gratuita che questi centri offrono come strumento per trattare lo stesso preventivo dal proprio dentista.
Il processo concorrenziale ha quindi avuto effetti positivi anche per i pazienti- come certificato anche dalle Associazioni dei Consumatori – e anche un rapporto più facile e trasparente con la struttura sanitaria: orari di apertura prolungati, apertura 12 mesi l’anno e una gestione manageriale della struttura rispetto al classico caso dello studio professionale tradizionale che piace ai loro pazienti (puntualità, organizzazione e accoglienza, forme di pagamento più articolate, etc.).
In qualche caso, e soprattutto nelle strutture in franchising, ci sono state degenerazioni: pubblicità discutibili, cosiddetto overtreatment (la tendenza a presentare piani di cura gonfiati e incongrui al solo scopo di gonfiare innaturalmente i preventivi). Ma si tratta di fenomeni marginali e di metodi che comunque non hanno certamente inventato le catene di cliniche, essendo presenti da molto tempo in tutta la Sanità privata e spesso ad opera dei medici e non degli imprenditori.
E’ quindi corretto pensare di trovare delle soluzioni normative a questi nuovi problemi a 360°, poiché le degenerazioni sono presenti nel settore e lo sono anche negli studi mono-professionali. Le verifiche dei NAS negli studi tradizionali testimoniano che la presenza di tali degenerazioni del settore non è certo concentrata nelle società di capitale ma interessa spesso proprio gli studi tradizionali dei dentisti: mancata osservanza dei requisiti minimi previsti (si ricorda che gli studi ottengono l’autorizzazione all’esercizio sulla base di un autocertificazione, mentre le società di capitali vengano prima controllate dalla ASL di pertinenza e poi autorizzate), carenze nei processi di disinfezione e sterilizzazione, abusivismo, prestanomismo, irregolarità nelle verifiche periodiche degli impianti, nella manutenzione obbligatoria delle apparecchiature medicali, nelle leggi che regolano il rapporto e la sicurezza sul lavoro, nell’evasione spesso totale, etc etc.
Più in generale, abbiamo il problema della pletora odontoiatrica (troppi laureati in odontoiatria rispetto alle reali necessità) che viene certamente non creato dalle società di capitale ma dalle università e per i ben noti motivi ma che spesso sono proprio le società di capitale a parzialmente risolvere, visto che assorbono molta di questa abbondanza di odontoiatri. Il problema dell’abusivismo peraltro vede le società di capitale come sostanzialmente e pressochè totalmente estranee.
A fronte quindi di un peso tutto sommato limitato nel mercato del dentale italiano, le società di capitale hanno assunto negli ultimi tempi, ad opera delle associazione dei dentisti (ANDI E AIO) e degli Ordini dei Medici (che a questa sono strettamente legati), il ruolo di facile capro espiatorio. Qualche caso che balza alle cronache diviene immediatamente una facile occasione di strumentalizzazione e un ottima occasione per tentare di far fuori dal mercato questi scomodi concorrenti, facendo appello alla risoluzione delle problematiche del settore. Le stesse problematiche che sono lì da sempre nonostante a parole questi novelli censori siano sempre pronti a trovarvi soluzione.